Cose da Sapere sulla Brexit

Vediamo una breve panoramica di cosa avverrà con l’uscita della Gran Bretagna dalla comunità europea. Pro e contro per chi già è residente nel regno unito e per chi ci vorrà andare (sia a vivere che per vacanza).

Il meccanismo di avvio della Brexit è scattato il 29 marzo 2017. Lo ha annunciato Downing Street, secondo quanto riporta la stampa britannica. Sarà un giorno storico: finora ci sono stati soltanto allargamenti successivi della Ue, ma mai una fuoriuscita di uno Stato membro. La procedura dovrà durare al massimo due anni, ma già dall’ultimo mercoledì di questo mese l’Europa potrebbe navigare in acque inesplorate.

Che cosa cambia per chi vuole restare
I più inquieti, ovviamente, sono i tre milioni di cittadini europei che risiedono nel Regno Unito. E fra di loro i 5-600 mila italiani. Solo pochi giorni fa i giornali inglesi avevano parlato della possibilità che i diritti dei residenti Ue venissero immediatamente
sospesi al lancio della Brexit. La faccenda è stata subito smentita, ma si è dovuta mobilitare la stessa ambasciata italiana con pressioni su Downing Street per evitare che si diffondesse il panico. Il portavoce del governo è stato chiaro: finché la Gran Bretagna resta membro dell’Unione (e la procedura di divorzio durerà due anni) nulla cambia per gli immigrati comunitari. Sì, ma dopo? Le preoccupazioni non mancano. Tanto che si è scatenata la corsa a ottenere la residenza permanente, per la quale bisogna compilare il famigerato questionario di 85 pagine. Londra non ha nessuna intenzione di assumere un atteggiamento punitivo verso chi è già nel Regno Unito e promette di garantire i diritti acquisiti. Anzi, propone che la questione sia regolata all’inizio delle trattative con Bruxelles. Ma chiede reciprocità per i propri cittadini in Europa.

Che cosa cambia per chi vuole andarci
E il giovane che ha intenzione di trasferirsi a Londra a caccia di quel lavoro che non trova in Italia? O che vuole completare gli studi Oltremanica? Qui cominciano le difficoltà. Perché il voto sulla Brexit, prima ancora che sull’uscita dall’Europa, è stato
un voto per riprendere il controllo sui flussi migratori. Il governo britannico è chiarissimo nel suo obiettivo: ridurre il numero di persone che arrivano dal Continente nel Regno Unito. Quindi fine della libera circolazione delle persone: non sarà più possibile semplicemente trasferirsi e darsi da fare per trovare un’occupazione. Con ogni probabilità bisognerà già dimostrare di avere un lavoro, e non un lavoro qualsiasi. Londra dovrebbe imporre delle quote all’immigrazione e decidere in quali settori c’è bisogno di assumere dall’estero e in quali no. Discorso simile per gli studenti, soprattutto sul piano dei costi. Se finora gli europei pagavano la stessa retta dei britannici (circa 11 mila euro l’anno), in futuro potrebbero essere equiparati agli extraeuropei, che versano tasse nettamente più alte. Già si registra un calo di domande.

Che cosa cambia per chi ci va in vacanza
Il weekend a Londra, le vacanze di Capodanno, perfino la puntata estiva sono ormai un grande classico. Resterà così semplice? Probabilmente no. Già oggi il turista italiano che sbarca in un aeroporto inglese munito solo della carta d’identità viene guardato con
sospetto e incanalato in una fila a parte, più lunga e con più controlli (ma chi ha il passaporto elettronico passa in pochi secondi attraverso i varchi automatici). Domani le cose potrebbero farsi ancora più complicate. Difficilmente verrà introdotto un regime di visti per i visitatori europei, ma si è parlato di far pagare una tassa d’ingresso e anche di un sistema di registrazione preventivo sul modello dell’Esta che bisogna compilare quando si parte per gli Stati Uniti. Buone notizie invece sul fronte dello shopping: già ora venire a fare acquisti a Londra è diventato più conveniente, dato che dopo il referendum la sterlina si è svalutata sull’euro di oltre il 15 per cento. Ed è una tendenza che secondo gli analisti è destinata ad accentuarsi. Insomma, bisognerà armarsi di un po’ di pazienza ma la visita ad Harrods sarà ripagata.

Che cosa cambia per chi commercia
Le difficoltà maggiori sono riservate però all’imprenditore che commercia con il Regno Unito. Il governo di Londra non ha lasciato dubbi in proposito: pur di riguadagnare il controllo sull’immigrazione è disposto a sacrificare l’accesso al mercato unico. Dunque
fine della libera circolazione delle merci. Cosa succederà in pratica dipende però dall’esito delle trattative con Bruxelles. Nello scenario migliore ci sarà un buon accordo e la Gran Bretagna, in cambio di una certa contribuzione al bilancio di Bruxelles, manterrà l’accesso ad alcuni settori del mercato comune (per esempio il comparto automobilistico e i suoi componenti). Nel caso di una «hard Brexit», tuttavia, si tornerà a fare riferimento alle regole del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, con la conseguente imposizione di dazi a 360 gradi (e al momento questo scenario è abbastanza probabile). La «hard Brexit» metterebbe anche in crisi le filiere produttive, altamente internazionalizzate, per cui non ci sarà più alcuna convenienza nel localizzare parti della produzione in Gran Bretagna.

Che cosa cambia per chi fa affari
Il cuore pulsante dell’economia britannica è la City di Londra. E i suoi servizi ne fanno il polmone finanziario dell’intera Europa. Le grandi aziende vengono a quotarsi qui, le presentazioni dei piani industriali si fanno sulle rive del Tamigi e, perché no, le banche
d’investimento sono piene di manager italiani. Ma finanzieri e bankers sono quelli che rischiano il contraccolpo peggiore dalla Brexit. Con l’uscita dall’Unione Europea la City perderà i diritti di «passaporto»: ossia non ci sarà più equivalenza fra i servizi finanziari britannici e quelli europei e Londra non potrà più fare da trampolino per l’intero Continente. Per le banche americane, ad esempio, non ci sarà più alcuna convenienza nell’usare l’Inghilterra come testa di ponte verso l’Europa. E non avrà più molto senso per le aziende italiane venire a fare i road show alla City, che tutti prevedono vedrà drasticamente diminuita la propria influenza. C’è però un risvolto positivo: Milano potrebbe candidarsi ad accogliere i «fuggiaschi» della City, sia in termini di investitori che di manager.

Tratto da: “Il Corriere della Sera”.

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