L’Italia e la Deflazione

Nel suo comunicato di oggi sui prezzi, l’ISTAT dice che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959. Nell’anno appena terminato, in Italia i prezzi sono calati dello 0,1 per cento rispetto al 2015. Nel 1959 calarono dello 0,4 per cento rispetto all’anno precedente. Durante una deflazione i prezzi calano, in genere perché la domanda di beni e servizi è bassa: è un segno che l’economia è ancora debole. Altri paesi europei, come la Germania, hanno mostrato prezzi più dinamici, con l’inflazione che è cresciuta dello 0,5 per cento.

In pochi, però, si sono accorti di questo calo dei prezzi. La prima ragione è che è un calo molto basso, appena lo 0,1 per cento; la seconda è che ha riguardato principalmente una serie specifica di beni, per esempio il petrolio e i suoi derivati. Se togliamo dal calcolo prodotti energetici e alimentari freschi, i prezzi risultano in crescita dello 0,5 per cento. Questo significa che chi non fa spesso il pieno di benzina e non ha alte bollette del riscaldamento non si è affatto accorto del calo dei prezzi.

La deflazione è il contrario dell’inflazione: tecnicamente si verifica quando il tasso di inflazione – cioè l’aumento dei prezzi – scende sotto lo 0 per cento. Sono anni che l’inflazione è bassa in tutta Europa, a causa della lenta ripresa dalla crisi economica. Nel 2016 la crescita è stata inferiore alle aspettative, e in molti esperti avevano previsto l’entrata di uno o più paesi europei in una situazione di deflazione vera e propria: la notizia, quindi, non è una grande sorpresa. Il compito di cercare di regolare l’inflazione spetta alla Banca Centrale Europea, che ha l’obiettivo di mantenerla intorno al 2 per cento, il valore considerato sano dagli economisti. Nonostante gli sforzi compiuti in questi anni, però, la BCE non è mai riuscita ad avvicinarsi a questo risultato (al punto che oggi si parla di utilizzare soluzioni molto creative).

La deflazione non è un problema solo perché segnala un’economia debole e in difficoltà. Astrattamente, infatti, potrebbe sembrare una cosa buona: i prezzi calano, perché lamentarsi? Prima di tutto, se i prezzi calano significa che tendenzialmente caleranno anche gli stipendi, anche se magari non quelli dei lavoratori protetti da contratti molto rigidi. Scenderanno quelli degli autonomi, dei commercianti e dei professionisti. Inoltre, in caso di lunghi periodi di deflazione pronunciata, si crea un disincentivo a spendere soldi. Perché comprare un televisore oggi quando tra tre mesi costerà molto meno? Oppure, perché fare un costoso investimento nella propria azienda, quando si può aspettare ancora un po’ per farlo a prezzi più vantaggiosi? Così le spese vengono rimandate, causando ulteriore deflazione, che a sua volta disincentiva ancora di più a spendere.

Per il momento non ci troviamo in una situazione simile e la deflazione è abbastanza bassa: più che il calo dei prezzi, sembrano altri i fattori che spingono privati e aziende a consumare con molta prudenza. L’altro problema della deflazione è che non fa calare gli interessi sul debito, che in genere sono fissi e stabiliti all’inizio del contratto. In un periodo di deflazione, prezzi e stipendi tendono a ridursi, ma le rate che bisogna pagare sul proprio mutuo restano stabili. È un problema in particolare per il più grande debitore di tutti, lo Stato.

Paesi con alti debiti pubblici come l’Italia possono ottenere particolari vantaggi dai periodi di inflazione. Quando i prezzi e stipendi salgono, infatti, pagare gli interessi sul debito, che restano fissi, diventa più semplice. Il peso del debito si misura con il rapporto tra valore totale del debito e PIL, cioè valore totale dei beni e servizi prodotti in un anno in un determinato paese. Paradossalmente il rapporto debito-PIL può calare soltanto grazie all’inflazione: il valore del PIL aumenta perché i prezzi aumentano, e così il rapporto scende. In periodo di deflazione, invece, l’unico modo per far scendere il rapporto è tagliare il debito o una robusta crescita economica: due condizioni che non si sono mai verificate negli ultimi anni.

Tratto da: “Il Post”.

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